Caricamento...

Bari365 Logo Bari365

Carciofi, import sleale e alti costi di produzione: il settore pugliese sotto pressione

14/01/2026

Carciofi, import sleale e alti costi di produzione: il settore pugliese sotto pressione

La filiera del carciofo pugliese attraversa una fase critica, schiacciata da una combinazione di fattori che rischiano di comprometterne la tenuta economica e produttiva. A pesare sono soprattutto la concorrenza estera giudicata sleale e i prezzi imposti dalla grande distribuzione, che non riflettono i costi reali sostenuti dagli agricoltori. L’allarme arriva da Confagricoltura Puglia, che denuncia un divario ormai strutturale tra il valore riconosciuto al produttore e quello pagato dal consumatore finale.

Oggi, a fronte di prezzi sugli scaffali che superano l’euro a capolino, agli agricoltori restano meno di 18 centesimi per il carciofo fresco e circa 6 centesimi per quello destinato all’industria. Un disequilibrio che, secondo l’organizzazione, non è più sostenibile.

Prezzi compressi e qualità a rischio

«Siamo di fronte a un cortocircuito che non danneggia solo i produttori, ma anche i consumatori. Questo sistema sta uccidendo la qualità», afferma Antonello Bruno, presidente di Confagricoltura Puglia. Il paradosso è evidente: un prodotto riconosciuto per il suo valore organolettico e per gli standard elevati di coltivazione viene svalutato lungo la catena commerciale, con effetti che si riflettono sull’intero comparto.

La Puglia, con circa 1,3 milioni di quintali prodotti ogni anno, resta il primo polo nazionale per il carciofo. Eppure nelle aree del Foggiano e del Brindisino la crisi è tangibile. Gli imprenditori agricoli si trovano stretti tra l’aumento dei costi di produzione e le conseguenze della siccità del 2025, che ha inciso in modo significativo sulle riserve idriche, e una pressione competitiva sempre più aggressiva sui prezzi.

Importazioni nordafricane e regole asimmetriche

A incidere in modo determinante è l’ingresso sui mercati europei di prodotto proveniente da Paesi come Egitto e Tunisia, presente negli stessi periodi del carciofo italiano ma ottenuto con costi di manodopera e standard fitosanitari profondamente diversi. «La concorrenza è durissima e sleale», sottolinea Bruno. «La grande distribuzione sfrutta l’eccesso di offerta per comprimere i prezzi, lasciando ai produttori italiani margini che non coprono neppure i costi».

Il rischio immediato è l’abbandono delle coltivazioni e un conseguente impatto occupazionale nelle aree rurali. Una dinamica che, avverte Confagricoltura, non riguarda solo il carciofo ma si ripete anche in altri comparti strategici, come quello dell’olio d’oliva, dove gli accordi UE-Tunisia consentono l’ingresso di volumi significativi a dazio zero, alterando l’equilibrio del mercato.

Qualità certificata e aggregazione come via d’uscita

Secondo Confagricoltura Puglia, la competitività non può giocarsi sui volumi, ma sulla qualità certificata. Un esempio è il Carciofo di Brindisi IGP, che rappresenta un presidio contro l’anonimato del mercato globale. Tuttavia, la qualità da sola non basta.

La strada indicata è quella dell’aggregazione: Consorzi forti, capaci di programmare le produzioni e di presentarsi ai tavoli della grande distribuzione con una reale forza contrattuale. Senza una struttura collettiva, avverte l’associazione, il singolo agricoltore resta esposto a dinamiche di mercato che non è in grado di governare.

Andrea Bianchi Avatar
Andrea Bianchi

Autore di articoli di attualità, casa e tech porto in Italia le ultime novità.